mercoledì 16 ottobre 2013

Recensione: Zebrahead "Call Your Friends"

E dopo due anni ecco il ritorno della party band per eccellenza Zebrahead.

Il combo di Orange County si conferma anche con il nuovo album “Call Your Friends” un punto di riferimento del genere pop punk di quello tirato.
La nuova release conferma tutte le qualità della band, a partire dalla doppia voce (melodica e rappata), alla chitarra con assoli sempre in evidenza e una sezione ritmica ineccepibile. Sommate tutto questo ad una produzione perfetta by Cameron Webb (Pennywise, Motörhead, Megadeth) e vi renderete dell’idea di cosa è “Call Your Friends”.
Il disco è composto da 14 tracce (17 per la versione giapponese) e dalla prima nota della prima song vieni catapultato in nella più calda estate, ai party sulla spiaggia, rendendoti partecipe delle festive più estreme dei college americani. Non è un azzardo definire questo disco la perfetta colonna sonora di film quali American Pie, Maial College ecc.
Quindi tuffiamoci in “Call Your Friends”, che inizia con “Siren”, che nei primi 20 secondi ti fa già capire come suonerà il disco. Non si possono poi menzionare “I’m Just Here for the Free Beer”, “Call Your Freinds”, vera hit del disco,

la tiratissima “Murder on the Airwave”, “Born to Lose”, “Panic in the Street” e “Last Call”.
Tanta soddisfazione per questo disco, per una band che sa benissimo cosa vuole fare e cosa può fare. Personalmente non ritengo facile creare un disco che, anche se non ha nulla di innovativo, rende perfettamente cosa vuole trasmettere e, se suonato live riesce a coinvolgere il pubblico presente (io i Zebrahead li ho visti live due volte e, vi assicuro, sono esplosivi). E tutto ciò è la chiara aspettativa e prosecuzione di una band che in 17 anni ha venduto più di 2 milioni di dischi, che ha sempre convinto live (anche con pochissime persone presenti tra il pubblico), ed è stata sempre capace di trovare ottimi sostituti per chi lasciava la band (sostituire Justin Mauriello alla voce melodica non era così facile ed ora, avere Dan Palmer dei Death by Stereo come primo chitarrista è una garanzia in più).
E dopo tutto ciò cosa possiamo ancora dire? Ovvio: “Party Time ? ……All The Time!”

martedì 15 ottobre 2013

Recensione: Red Fang "Whales and leeches"

Lo stoner non è uno dei miei generi preferiti, non è come il punk hardcore, dove riesco ad ascoltare quasi tutti i gruppi, dove quasi tutte le canzoni riescono a piacermi e dove riesco a perdermi tra l’infinita quantità di band e la relative mole di discografie.

Lo stoner no, dei vari gruppi che ho ascoltato, non sono mai riuscito a farmi piacere completamente un album intero. Nemmeno della bad più famose, quali Queen of the Stoneage, Kyuss, Clutch, Monester Magnet, Electric Wizard e tutte le “Desert Sessions” by Josh Homme. E questo avviene nonostante i Black Sabbath, principali ispiratori di queste band, li ho sempre amati, soprattutto per i primi 4 dischi, che tutti quanti dovrebbero avere obbligatoriamente a casa.
 
dai, datemi contro, a me i Kyuss non piacciono
 
dai, picchiatemi più forte che potete, non sono un grande fan (anzi per niente) dei Queen of the Stoneage

Stesso discorso l’ho sempre fatto per i Red Fang. Bravi, carini, fanno belle canzoni, ma alla lunga mi stufo, non riesco ad ascoltare per intero una loro release.
Red Fang

Rimango ancorato a poche canzoni, forse grazie anche ai loro video divertenti.
Perfino i Queen of the Stoneage, la migliore band del genere, non riesce a “battere” songs come

“Prehistorical Dog”

“Wires”

 
“Hank is Dead”

 
Al limite “Feel Good Hit of the Summer” e “No One Knows” possono avvicinarsi.

 
 
 
Ma rimango sempre al limite, sia l’omonimo “Red Fang” che il successivo “Murder the Mountains” non mi soddisfano appieno. Quindi, quando vengo a sapere che il combo di Portland è pronto con la nuova release, non mi scompongo più di tanto, convinto che “Whales and Leeches” sarà il solito disco stoner di cui salverò solo qualche brano.
 
"Whales and Leeches"
 

Grave errore.

“Whales and Leeches” è il primo disco di stoner che a me riesce a piacere completamente! Giuro giuro! Da qualche girono sta girando in loop continuo, lo riesco ad ascoltare in ogni momento, mentre lavoro, mentre faccio le pulizie (sì, io ogni tanto mi trasformo in casalingo), sia quando guido, sia quando cago. Insomma, un disco adatto ad ogni momento della giornata.

Sarà per la perdita di una certa influenza punk rock che io riuscivo a trovare nelle precedenti opere, sarà per la presenza di una batteria, vero punto di forza della band, che rende le canzoni varie, amalgamandosi perfettamente con il classico sound “sabbioso” del basso e le chitarre graffianti, marchio di fabbrica di tutto lo stoner rock. Il tutto viene unito poi ad una bellissima voce, che si riesce ad adattare ad ogni fraseggio. La prova di tutto ciò si trova subito nella seconda canzone del disco “Blood Like a Cream”, di cui spero tireranno fuori uno dei loro super video per questa song!

Ascoltate anche voi “Whales and Leeches”, fatevi avvolgere dall’opener “DOE”, canzone di puro monolotico stoner, passate alla più morbida ma aggressiva “Blood Like a Cream”, godetevi appieno “No Hope” e “Crows in Swine”, per poi ritornare a melodie più calme con “Voices of Death”. Soffermatevi sui riff di “Behind the Light”, non prendete paura di “Dawn Rising”, la canzone meno bella del disco, e andate avanti con la bellissima “Failure”, per poi concludere con 1516”, “This Anima” e “Every Little Twist”.
 



 

giovedì 10 ottobre 2013

Recensione: Carcass "Surgical Steel"

I Carcass, dopo la reunion del 2007, correlata da diverse date nei principali festival mondiali, ritornano con un nuovo disco, “Surgical Steel”.
 
 
 
 "Surgical Steel"

 
I Carcass, band luminare del metal anni 90, capace di proporre un nuovo sound (il death melodico) molto prima di tutto quello che ora è definito Goteborg Sound, espressione stilistica e punto di riferimento per indicare tutte le band che oggi fanno melodic death metal.
 
i Carcass da giuovani
 
I Carcass, band che nel 1988 inizia la sua scalata nel mondo del goregrind, uno dei generi più brutali con il basilare “Reek of Putrefaction”, disco che ricorda molto la violenza dei conterranei Napalm Death. Ovviamente era solo l’inizio. La band si ripete poi nel 1990 e nel 1991, con “Symphonies Of Sickness” e “Necroticism - Descanting The Insalubri”.

“Reek of Putrefaction”

“Symphonies Of Sickness”

Necroticism - Descanting The Insalubri


I Carcass, band che nel 1993 esce fuori con “Heartwork”, disco fondamentale e che tutti gli appassionati di musica heavy devono avere in casa. “Buried Dreams”, “Carnal Forge”, la stessa “Heartwork”, ma anche “This Mortal Coil” o la conclusiva “Death Certificate”, sono canzoni che fondono per la prima volta la pesantezza del death, coadiuvato dalla violenza di chiara ispirazione ai maestri Napalm Death, coadiuvando il tutto con delle melodie di chiara derivazione maideniana. Un unione di velocità, precisione chirurgica, violenza e melodia.

“Heartwork”

I Carcass, band che nel 1995 hanno capito che n on possono più rifare un disco come “Heartwork”, e allora cambiano leggermente stile e pubblicano “Swansong”. Il nuovo disco si presenta più rock ma, mantenendo comunque il loro concetto di melodia e pesantezza. Altro successo, più che mertiato tra l’altro.
 
“Swansong”

I Carcass, band che nel 1996 capisce che non può più andare avanti per un semplice fatto, hanno fatto tutto quello che li veniva in mente, non si volevano ripetere o fare un disco di scarso valore. La band si scioglie, c’è la raccolta postuma e buonanotte al secchio.

Passano gli anni e, complice i problemi fisici del batterista, ormai impossibilitato a suonare, complice l’accasamento del chitarrista Mike Amott con gli Arch Enemy, mi fa capire che i Carcass non sarebbero mai più ritornati.

Mai dire mai.

Con la reunion nel 2003 dei Twisted Sister, nel giro di qualche anno praticamente tutte le band che si erano sciolte nel corso del tempo (esclusi i Pantera), almeno per un breve periodo si presentano sui palchi dei principali festival metal. I Carcass arrivano, come già detto nel 2007. C’è ancora voglia di suonare. E meno male.

Personalmente vedo i Carcass due volte quell’anno, a 10 giorni circa di distanza, prima al Gods of Metal a Bologna, poi al Metalcamp a Tolmin.

I Carcass, band di cui ero convinto che non avrebbero più fatto dischi, al limite qualche data. Invece no, come ho iniziato questo post, questo mese, dopo l’annuncio di un po’ di tempo fa, esce “Surgical Steel”.

Perché vi ho fatto tutta questa premessa prima di dire “sì il disco è bello” o “il disco è brutto”?

Per un semplice motivo, volevo far capire cosa ha fatto questa band nel corso del tempo. Dovevo dirlo, per rendere l’idea che, anche se “Surgical Steel” è un disco normale, almeno riporta completamente sulla scena una delle migliori band al mondo.

“Surgical Steel” si presenta come un disco che raccoglie l’essenza di “Heartwork” mescolato leggermente a “Swansong”. Della serie: “ragazzi, noi questo sappiamo fare”. E a me va bene, perché questo vuol dire che la band non vuole prendere in giro il pubblico (di nuovo), cercando di fare chissà cosa con il rischio di produrre una porcheria.

Ottima l’intro 1985”, anno di nascita della band e canzoni come “The Master's Butcher Apron”, “A Congealed Clot of Blood”, “Thrashers Abattoir”, “Unfit For Human Consumption” e “Cadaver Pouch Conveyor System”.

Disco da avere, sia per chi li conosceva prima che per le persone che vogliono ascoltare qualcosa di cattivo, ma nuovo.